INTERVISTE
 


2007 2003 2002

Che cosa ti ha spinto a lasciare l'Italia per Oxford? Non è una cosa consueta ...

No, non è consueto, ma anche il mio curriculum non lo è. Io mi sono formato all’estero, in ambito anglosassone. Dopo la laurea in lettere classiche, a Milano, partii per gli Stati Uniti e anche se, dopo il dottorato, ho deciso di rientrare in Italia, ho sempre avuto la voglia di ripartirne ... Devo ammettere che la situazione italiana non mi ha sicuramente fatto passare quella voglia. Nonostante non avessi appoggi, sono riuscito a entrare nell’università, prima come ricercatore di Letteratura comparata, poi come associato. È stato come salire su un treno sbagliato. Che cosa si fa quando si scopre che la destinazione non è quella che si voleva? Si scende.

Se soprattutto ti è permesso di prendere un altro treno ...

Basta, una volta scesi, aspettare qualche buona coincidenza ... Quelle non mancano. Non bisogna scoraggiarsi.

E' uscito da poco il tuo secondo romanzo, Lo sconosciuto, per Sironi editore ... Il sottotitolo è, appunto, Romanzo, eppure la prefazione ai lettori pone nettamente il racconto sotto una chiave autobiografica ... Ci sono due dimensioni, dunque ... In che rapporto le consideri o pensi che vadano considerate?

Bisogna mettersi d’accordo sul significato da dare a questi due termini così complessi e ricchi di storia come romanzo e autobiografia. Il mio è un romanzo nel senso che qualunque elemento della narrazione è parte di un disegno che non preesisteva. Dunque, romanzo per me è la scoperta del Libro, con la L maiuscola, nella vita. Per me vivere è scrivere. Noi adesso, mentre parliamo, respiriamo e vediamo le strade di Oxford da questa finestra, stiamo cioè scrivendo. Starà a me o a te, un giorno, se lo crediamo necessario, ritornare con la mente a questo pomeriggio, a questa scrittura, e salvarne gli elementi più significativi e inserirli in una trama. Avremo fatto un pezzo di romanzo.

Romanzo, dunque, per te è una sorta di operazione storiografica che seleziona e raccorda e non si pone a priori il problema della realtïà dei fatti narrati. E' un dare un ordine alle cose ...

Proprio così. Ordinare. Mentre, per me, l’autobiografia è prima di tutto, se proprio vogliamo distinguerla dal romanzo, un modo di “ricordare”. Insomma, si scrive la propria autobiografia per ragioni diverse per cui si scrive un romanzo autobiografico ... In questo Sconosciuto non c’era nessuna volontà né di edificare il narratore-autore né di celebrare nostalgicamente il passato..

Il tuo romanzo rielabora e racconta la lunga malattia di tuo padre ... Mi pare che la domanda cui queste pagine vogliano rispondere sia sostanzialmente una: che cos’è una persona? Di che cosa è composta? La possiamo ancora chiamare persona la figura paterna che ha perso tutte le sue caratteristiche consuete e si riduce a puro battito cardiaco?

Io credo che Lo sconosciuto sia un inno alla parola, al linguaggio, alla capacità di chiamare nella propria sfera il mondo circostante attraverso i suoni che abbiamo appreso fin da piccoli ...

Però il narratore, a un certo punto, quando Bruno, il padre, non è più capace di parlare in maniera intelligibile, afferma che linguaggio e pensiero non sono uniti come siamo portati normalmente a credere ... C’è una scissione. Cioè: Bruno pensa ancora, ma non sa parlare.

Sì, infatti credo che sia così, e il dramma di Bruno sta proprio nell’avvertire questa scissione. Se non ci fosse la necessità di comunicare, Bruno non sarebbe, almeno nella prima fase dell’Alzheimer, un malato, ma uno che semplicemente ha perso le parole. Io ritengo che anche noi “sani”, in più momenti della giornata, forse anche continuamente, non viviamo in forma stabile nella corrispondenza tra linguaggio e pensiero. Quante volte ci capita, soprattutto mentre leggiamo o siamo concentrati su qualcosa, di sentire che scorre in noi, come un fiume carsico, una corrente di immagini slegate, interiori, antiche, forse anche nuove, misteriose o familiari, che non hanno alcuna relazione né con quello che stiamo leggendo o pensando o ricordando ... È la voce del pensiero che parla ininterrottamente, come un suggeritore instancabile, ma non articola parole distinte, non sempre almeno ...

L’inno alla parola allora starebbe nel percepire quanto la parola sia radicata nella nostra vita e quanto perdiamo dal momento in cui la vediamo mancare ...

Proprio così.

Lo sconosciuto è anche un inno alla madre. La madre-aedo, colei che ha il compito di tramandare le memorie di famiglia ...

La madre è sicuramente molto importante. È lei il vero alter ego del Nicola Gardini che firma il romanzo. Intendo dire che a lei viene riconosciuto il compito di mandare avanti la trama, di svilupparla e compierla una volta per tutte. Il Nicola narratore e personaggio, invece, anche se per omonimia sembra il doppio dell’autore, in verità è un antagonista della madre, perché cerca come può di contrastarla, di far durare una storia infantile che ormai non regge più. Ma ora la madre ha qualcosa di nuovo da dire, un segreto antico, e nessuno la può fermare, neanche il figlio.



.:: Nicola ::.

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